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I funghi e le loro proprietà nell’antica Roma

Roma, 13 ottobre 54 d.C.

Nella capitale sono in corso i festeggiamenti chiamati “Fontinalia”, in onore del dio Fons, figlio di Giano e della ninfa Giuturna, protettore delle sorgenti e delle fonti.

In questo clima di festa, un uomo di 64 anni, dopo aver consumato grandi quantità di cibo e vino, inizia a soffrire di dolori addominali e vomito.

Negli ultimi anni aveva accumulato molti chili di troppo e ciò si andava ad aggiungere al fatto che, nonostante la parte superiore del corpo fosse ben sviluppata, quella inferiore era parecchio debole, tanto che non poteva percorrere lunghe distanze a piedi senza un’assistenza.

Le sue condizioni sono critiche. Un medico tenta di farlo vomitare, mettendo una piuma nella parte posteriore della gola del paziente, pensando che potesse essergli d’aiuto, nel caso avesse ingerito qualcosa durante il pasto.

Poco dopo però le sue condizioni peggiorano. Ormai è in uno stato confusionale, sempre unito a quell’ incessante dolore addominale. Ha una salivazione eccessiva, unito anche ad una incontinenza fecale.

Dopo 12 ore di sofferenze, Claudio, il quarto e penultimo imperatore della Dinastia Giulio-Claudia spira, lasciando Roma nelle mani del suo tristemente noto successore, Nerone.

Le fonti sono incerte sui fatti relativi alla sua morte, passando anche attraverso la versione più famosa che vede la moglie Agrippina come mandante dell’avvelenamento. Quello che è certo è che quella sera, Claudio fece una bella abbuffata del suo cibo preferito, i funghi.[1]

Che fossero i funghi stessi ad essere velenosi o che nel piatto ne fosse stato aggiunto dell’altro, questo devono dircelo i documenti storici, ma il protagonista di questa nostra storia non è Claudio, bensì lui, quell’essere vivente a forma di ombrello, il fungo.

Noi oggi sappiamo che cosa sono, abbiamo imparato a riconoscerli, a capire il loro stile di vita, ma non si può dire che questa sia stata una strada facile, anzi tutt’altro.

Pensate che i funghi sono stati riconosciuti come un regno a sé solamente nel 1969 dal biologo statunitense Whittaker, e quindi appena 52 anni fa.

In tutto questo però, cosa ne pensavano i romani di questi organismi così simili alle piante, ma che vegetali non sono?

Per fortuna abbiamo un alleato che ci aiuterà a scoprirlo e il suo nome è, anzi era, Plinio il Vecchio.

Nato a Como, classe 23 d.C., è stato uno scrittore, un comandante militare, ma soprattutto un naturalista. Una persona insaziabile di conoscenza, che leggeva e prendeva appunti di tutto ciò che vedeva. La sua più grande opera è senza dubbio la Naturalis historia, un’enciclopedia suddivisa in 37 libri, in cui parla di geografia, astronomia, botanica, medicina, antropologia, storia dell’arte, mineralogia, agricoltura e anche di erboristeria.[2] Un’opera enorme, frutto di moltissimi anni di studio e raccolta di informazioni, che ci dà uno spaccato di quello che era la conoscenza dell’epoca.

[1] The American Journal of Medicine Volume 112, Numero 5, 1 aprile 2002, Pagine 392-398

[2] Gaio Plinio Secondo, Storia naturale, III Botanica – Libro 22, 1988, Einaudi

Nel libro XXII, ad un certo punto inizia a parlare dei funghi e quindi facciamoci guidare dal suo racconto e inoltriamoci nella Roma imperiale:

“Fra le piante che è rischioso mangiare, mi sembra giusto mettere anche i boleti: essi costituiscono innegabilmente un alimento squisito, ma li ha posti sotto accusa un fatto enorme nella sua esemplarità, l’avvelenamento, compiuto per loro tramite, dell’imperatore Tiberio Claudio da parte della moglie Agrippina, che con tale atto diede al mondo, e innanzi tutto a sé stessa, un altro veleno, il proprio figlio Nerone”

Non possiamo certo dire che Plinio fosse un ammiratore di Nerone e neanche della madre. Come vedete, egli considerava i funghi delle piante, e questa classificazione era destinata a durare ancora per quasi due millenni. Come sappiamo, in realtà, anche se si assomigliano, funghi e piante sono piuttosto diversi e una primissima differenza, se vogliamo, la possiamo già trovare nel fatto che ai primi manca la clorofilla per effettuare la fotosintesi.

Ora però continuiamo nel nostro discorso:

“Fra i boleti velenosi, alcuni si riconoscono facilmente per il color rosso sbiadito, per l’aspetto guasto, per il colore livido della parte interna, per gli spacchi nelle striature, per l’orlo pallido della cappella. Certi altri non hanno queste ca­ratteristiche, ma sono secchi e simili a quelli buoni, e recano sulla cima come delle gocce bianche, che escono dall’involucro”

 

Ed ecco una bella descrizione della famosa Amanita muscaria, forse uno dei funghi più conosciuti a causa del suo colore e di queste sue “gocce bianche”.

Adesso invece inizia quella che è la formazione e crescita del fungo:

“Per questo, infatti, la terra produce prima la vulva, poi il boleto stesso dentro la vulva, come il tuorlo dentro l’uovo; e non meno gradito è al piccolo boleto il nutrimento che riceve dal proprio involucro. Questo si rompe non appena si forma il fungo, poi, man mano che esso cresce, si trasforma nel corpo del piede, ed è raro che da un solo piede escano due esemplari. L’origine prima e la causa della formazione dei boleti sono nel fango e nel succo acido della terra bagnata a della radice di un albero, generalmente ghiandifero; all’inizio si tratta di una schiuma piuttosto vischiosa, poi di una materia simile a una membrana, subito dopo, come si è detto, si ha il boleto vero e proprio.”

E ancora, come riconoscere i funghi… 

“Quanti sono e come variano, a seconda dei casi, i segni per riconoscere questi prodotti letali!

Se un chiodo di uno scarpone da soldato a un pezzo di ferro rugginoso a una stoffa marcia si sono venuti a trovare vicino al boleto in formazione, questo subito assimila tutto il succo e tutto il sapore della sostanza estranea, trasformandoli in veleno. Ma chi può essersene accorto, se non la gente di campagna a i raccoglitori stessi di funghi?”

Come possiamo leggere si pensava che gli oggetti, e in questo caso i chiodi dello scarpone, se entravano in contatto con i funghi, venivano intrisi del loro veleno. Ma questo fenomeno non accadeva solo con gli oggetti, guardate infatti come continua subito dopo:

“Se vicino c’era la tana di un serpente, se esso ha alitato sul boleto allorché questo cominciava ad aprirsi: l’affinità dei veleni dispone infatti il boleto a fare proprio il veleno dell’animale. Pertanto sarebbe opportuno stare all’erta fino al momento in cui i serpenti si ritirano nelle tane. Ne saranno indizio tante erbe, tanti alberi e arbusti, i quali si mantengono verdi dal momento della sortita fino a che i serpenti si rintanano, anche soltanto le foglie del frassino, che non nascono dopo e non cadono prima. Il periodo che va dalla nascita alla morte dei boleti è in tutto di sette giorni”

Tutta colpa dei serpenti quindi.

Che dire, questo era solo un assaggio di quello che ci racconta Plinio. Nella seconda parte di questo nostro viaggio, vedremo come i romani avevano classificato i funghi, per evitare di portare a tavola quelli velenosi.

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Rubrica di Erboristica e Infusi a cura di:

Simone Ambrogio

Studente di Tecniche Erboristiche presso l’Università di Torino

Settore di competenza: piante officinali

Mi interessa il mondo vegetale con tutte le sue sfumature. Mi piacerebbe lavorare in questo settore e contribuire a diffondere le conoscenze a più persone possibili, promuovendo uno stile di vita sano. Sono un musicista e ho aperto da poco una pagina instagram chiamata “Plants in music”, per promuovere la conoscenza delle piante officinali e di tutto ciò che può influenzare il benessere delle persone, utilizzando la musica come strumento per coinvolgere maggiormente le persone.

Scrivimi sulla mia pagina instagram di quali piante vorresti che io ti parlassi nei miei articoli

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